Dritta Al Bersaglio

C’è chi crede nel destino, pensando che la nostra vita sia già scritta e che ognuno di noi giorno dopo giorno scopre cosa c’è in serbo per lui. C’è chi invece crede che ognuno sia artefice del proprio destino, e le pagine della nostra esistenza le scriviamo noi stessi in base alle scelte che facciamo. Ognuno può scegliere la versione che più gli piace, ma di certo siamo tutti d’accordo nel dire che non tutto quello che ci accade nella vita sia aspettato e prevedibile.

Così come non poteva dirlo Vincenza Petrilli, per tutti Enza.

Era il 28 luglio del 2016, Enza aveva venticinque anni, e una sera durante un viaggio in macchina con il suo fidanzato, ha avuto un incidente stradale: un’altra auto gli ha tagliato la strada e li ha colpiti. L’impatto è stato talmente violento che la cintura di sicurezza di Enza si sgancia, e lei viene sbalzata fuori dalla vettura. Questo ha comportato lo scoppio dell’ultima vertebra dorsale D12, e una volta svegliata dal coma si trova davanti alla notizia che le cambia completamente la vita: Enza è paraplegica.

Non ricorda niente di quel giorno, se non un piccolo dettaglio: nel pomeriggio era stata dal parrucchiere per un nuovo colore e un nuovo taglio di capelli, e si crede che quando una donna cambia look, ci possa essere per lei anche un cambiamento nella vita. Forse è stata solo una coincidenza, o forse un brutto scherzo del destino.

A Enza spetta un lungo ricovero all’Unità Spinale di Imola, reso più sopportabile dalla presenza costante di tutta la sua famiglia e del suo fidanzato, che oltre a essere di supporto per lei, lo sono stati anche per tutti gli altri ricoverati che invece non avevano i loro cari vicini, passando da essere la famiglia di Enza, a essere la famiglia di tutti!

A Imola è iniziata la sua seconda vita, ed Enza ha dovuto prendere confidenza con la nuova sé, con le nuove esigenze del suo corpo, ma anche con quella che è diventata la sua nuova compagna di vita, la sedia a rotelle. Mi ha raccontato che finché si resta all’interno dell’ospedale, anche se non facile, va tutto bene. È quando si esce per la prima volta che possono arrivare le prime insicurezze. È quando capti gli sguardi della gente che ti osserva perché utilizzi una sedia a rotelle che arrivano i primi sconforti. La prima uscita che le è stata concessa è stata al centro commerciale vicino all’ospedale: all’inizio le cose non sembravano andare bene, quegli occhi delle persone che la guardavano l’hanno un po’ demoralizzata tant’è che Enza ha deciso di mettersi in un angolo lontano da tutti e piangere da sola. Ma poi sapete cos’è successo? Che aveva un po’ di shopping arretrato da fare! Ha messo da parte la tristezza e ha iniziato a recuperare il tempo che aveva perso in tutti quei mesi di ricovero.

L’ho detto già diverse volte in questo blog come lo sport sia la migliore delle medicine per le persone che si ritrovano a convivere con una disabilità, infatti, è usato proprio come terapia riabilitativa negli ospedali, ed è stato così anche per Enza. C’è chi, proprio come ha fatto lei, continua a praticarlo anche una volta tornati a casa.

Enza ha scelto il tiro con l’arco, uno sport che ti dà la possibilità di confrontarti anche con i normodotati: ci sfida alla pari, senza distinzioni, con uguale distanza dal bersaglio. Io sono molto affascinata dalla concentrazione e dalla fermezza che servono per scoccare ogni singola freccia. Ti dà l’impressione che sia uno degli sport più facili a cui approcciarsi, ma quando realizzi che il bersaglio che devi provare a centrare dista 70 m dalla tua postazione di tiro, beh capisci che di facile non c’è nulla. Vi consiglio oltre che di seguire Enza nelle sue prestazioni sportive, di dare un’occhiata online alle imprese di Matt Stutzman, the Armless Archer, atleta americano che si è preso di diritto un posto nella storia di questo sport!

Come già detto Enza decide di intraprendere la pratica agonistica del tiro con l’arco con l’ASD AIDA, e pian piano inizia a farsi strada nel panorama nazionale!

Il talento, la bravura e la voglia di far bene di Enza si mettono in bella vista, e non si fanno neanche abbattere dalla pandemia che ha condizionato la vita di tutti noi, e soprattutto quella degli sportivi. Continua a gareggiare, continua a ottenere delle ottime prestazioni e si fissa un grande obiettivo in testa: Parigi 2024! Inizia a lavorare sodo per guadagnarsi un posto a quelle Paralimpiadi. A luglio di quest’anno arriva la prima gara a livello internazionale ma anche qualcosa d’inaspettato: riesce a ottenere il pass per le Paralimpiadi di Tokyo! Solo chi vive di sport, e solo le persone che gli stanno accanto tutti i giorni possono capire la gioia che si prova quando si ottengono risultati di questo genere! Enza stessa è incredula del traguardo raggiunto dato che pratica il tiro con l’arco da neanche quattro anni, ma si dice che una volta raggiunto un traguardo bisogna subito fissarne un altro giusto?

Arriva in Giappone come l’outsider del gruppo, come quella che avrebbe dovuto vivere Tokyo 2021 come un’esperienza. Enza invece ha fatto in modo di gareggiare al meglio per ottenere un buon risultato, non per vivere un’esperienza. E c’è da dire che il bersaglio l’ha centrato in tutti i sensi, perché torna a casa dal Giappone con una medaglia d’argento al collo restando dietro solo alla pluricampionessa iraniana Zahra Nemati. È arrivata seconda, è vero ha perso la finale ma quella medaglia vale più di mille ori considerando che la sua carriera è appena agli inizi e che la Nemati ha vinto per ben tre volte consecutive il titolo paralimpico!

Quindi riassumendo Enza a luglio 2021 partecipa alla sua prima gara internazionale, e a settembre 2021 vince l’argento paralimpico! Io credo che lei il suo destino abbia iniziato a scriverselo nel momento in cui trovandosi ad affrontare una nuova vita ha deciso di farlo legandosi al tiro con l’arco. Nel congratularmi con lei per il grande successo di Tokyo, le auguro che possa continuare a prendersi giorno dopo giorno le sue soddisfazioni, centrando quel bersaglio sempre con il suo meraviglioso sorriso sul volto, e continuando a dire al destino che da quel 28 luglio in poi la penna in mano l’ha presa lei!

Gemelli Diversi

I social network sono un posto un po’ complicato, ma capita che a volte per puro caso si scoprano account belli da seguire, di quelli che ti fanno riflettere attraverso il sorriso. Io ho avuto la fortuna che questo mi accadesse diverse volte, e tra questi account c’è di sicuro quello di Giò e Andre.

Giovanni e Andrea sono due fratelli bolognesi molto uniti, ma un po’ diversi tra loro!

Ad esempio Andrea porta la barba mentre Giò passa molto tempo con il rasoio in mano per radersi, perché a suo dire gli da fastidio la sensazione che prova nel momento in cui appoggia la faccia sul cuscino, ma suo fratello crede sia più un rituale di rilassamento prima di andare a dormire, perché  Giò si rade tutte le sere prima della buonanotte!

Andrea è un tipo sportivo, è capitato di vedere sui social dei video mentre giocava a calcio. A Giovanni piace il basket, e infatti ogni tanto qualche partitella con Andrea ci scappa, ma guardando quello che postano si capisce che è un po’ pigro e suo fratello cerca di coinvolgerlo oltre che con la partita al campetto, anche con alti tipi di attività motoria facendo ad esempio delle pedalate in tandem!

Ah e poi sapete cos’hanno ancora di diverso? Giò ha un cromosoma in più.

Giovanni è un ragazzo con sindrome di down, mentre il fratello Andrea è un cosiddetto normodotato. Quello che raccontano sul loro profilo Instragam è semplicemente il loro rapporto, il forte legame fraterno che li lega e la loro quotidianità, e lo fanno sempre con il sorriso!

Ciò che mi ha colpito è stato scoprire che Andrea sia più piccolo di Giovanni, esattamente di dieci anni, ma se ne prende cura come se fosse lui il fratello maggiore. Ha solo ventidue anni, un lavoro a tempo pieno, studia per diventare ingegnere, ha come tutte le persone delle esigenze personali, ma stare con Giò non vuol dire solo assolvere i propri doveri da fratello, ma anche divertirsi insieme! In questo periodo di lockdown inoltre ha aiutato Giovanni, che normalmente lavora presso una cooperativa facendo il cameriere, con la consegna a domicilio dei pasti, e anche quello per Andrea è stato comunque un qualcosa di divertente da fare insieme!

Ogni tanto Andrea posta dei video in cui fa degli scherzi a Giovanni, e avendo visto per esperienza personale come spesso le persone con sindrome di down non reagiscano proprio bene agli scherzi (liberi tutti di contraddirmi!), mi sono chiesta se anche per lui fosse così. In realtà Andrea mi ha spiegato che se magari all’inizio Giovanni ci rimane male, una volta capito lo scherzo ride anche lui, forse perché questo modo di fare ce l’hanno sempre avuto fin da piccoli. E anche quando Andrea si arrabbia, invece di mettere il muso, Giò cerca un confronto e prova a capire perché suo fratello si sia arrabbiato!

Guardando un po’ della loro quotidianità online non si può non notare la passione di Giovanni per la musica, in particolare per il grande Gianni Morandi che ama perché gli piacciono tutte le sue canzoni, ma che secondo Andrea gli piace per la facilità di comprensione dei brani. Ed effettivamente questa è una caratteristica del buon Gianni: canta canzoni senza troppi fronzoli, che parlano di cose che a tutti noi possono accadere, e lo fa in modo semplice e con quel sorriso che lo contraddistingue da sempre, quindi come dare torto al nostro Giò?!

Cerco sempre di chiudere i miei post con un invito. Quello che vi faccio questa volta è quello di seguire Giò e Andre su Instagram, in modo da immergervi nella bellezza della loro quotidianità e perché proprio come provo a fare io, anche loro cercano di rendere normale ai vostri occhi la disabilità!

https://www.instagram.com/gio.e.andre/

Non Voltarmi Le Spalle

Quando ho aperto questo blog, la premessa era di raccontare il mio punto di vista normale sulla disabilità, nella speranza che potesse contagiare anche tutti voi. Rileggendo la storia di Ilaria Galbusera, pallavolista sorda di cui vi ho parlato nel mio ultimo post, mi è venuto in mente che proprio come feci a suo tempo per le persone non vedenti, avrei potuto darvi qualche piccolo consiglio da tenere a mente qualora vi si presenti l’occasione di comunicare con una persona sorda, in modo da eliminare l’imbarazzo che potrebbe assalirvi e rendere tutto più normale!

Innanzi tutto non sentitevi in colpa se non conoscete la LIS, lingua italiana dei segni. Online si trovano dei video in cui s’insegnano alcune parole di questa lingua che potrebbero aiutare la conversazione, anche se lo studio vero e proprio della LIS è un’altra cosa!

Molte persone sorde leggono il labiale, quindi parlare piano e scandire bene le parole è di sicuro un buon metodo per fare in modo che la comunicazione sia efficace. Ovviamente il momento storico che stiamo vivendo non ci aiuta per niente, perché l’uso delle mascherine impedisce di poter vedere il movimento delle labbra, ma è comunque una buona regola da tenere a mente per quando la vita tornerà alla normalità. E capisco anche che non sia semplice dato che tendenzialmente noi italiani siamo portati a parlare velocemente, ma come in ogni cosa, con la pratica tutto diventa più automatico. RICORDATE PERÒ: dovete guardare sempre in faccia la persona con cui state parlando, perché se dovreste voltarvi, lei non avrebbe l’opportunità di vedere le vostre labbra, e non potendo sentire la comunicazione s’interromperebbe.

Un giorno sul web leggevo un post di un modello americano sordo, che trovandosi in viaggio in Sicilia aveva assistito a una conversazione tra un mercante della zona e un turista straniero: beh i due proprio non riuscivano a capirsi, ma questo ragazzo invece aveva compreso tutto, e sapete perché? Perché il mercante nel parlare gesticolava! Scusate, ma non siamo famosi in tutto il mondo per essere il popolo che più di tutti mentre parla agita le mani? E allora facciamolo anche in queste occasioni, usiamo i gesti per spiegarci al meglio! Sia chiaro gesticolare non vuol dire essere in grado di parlare la LIS, anzi sono due cose completamente diverse, la LIS richiede studio, ma può essere d’aiuto e quindi facciamolo!

Come ogni lingua anche la LIS ha un suo alfabeto ed è anche semplice da imparare. Esistono delle applicazioni che insegnano l’alfabeto LIS, e che hanno anche dei giochi con cui esercitarsi a indovinare le parole. Scaricarle sul proprio smartphone potrebbe essere una buona idea! Ovvio magari un’intera conversazione è un po’ difficile da sostenere usando solo i segni abbinati alle lettere dell’alfabeto LIS, ma vi assicuro per esperienza personale che utilizzarlo per parole più complesse è molto utile.

Credo anche che arrivare alle spalle e toccare la persona sorda da dietro sia da evitare. Pensateci un attimo: capita nella vita di tutti noi che a volte un amico o un conoscente ci arrivi alle spalle senza che noi ce ne accorgiamo perché è stato silenzioso come un ninja, e quando ci sentiamo toccare facciamo un bel salto, ci spaventiamo, quindi perché dovremmo farlo a loro?

Ovviamente i miei sono solo dei piccoli consigli che si possono mettere in pratica e neanche molti, ma la cosa che dovete sempre tenere a mente non solo per quanto riguarda la comunicazione con persone sorde, ma per tutti i tipi di disabilità, è che non dovete sentirvi in imbarazzo perché c’è il timore di dire o fare qualcosa di sbagliato. Si dice sempre che sbagliando s’impara, beh io credo che in questo caso si faccia anche facendo qualche figuraccia!  

Per Sentire Ci Vuole Il Cuore

Quella che voglio raccontarvi in questo post è la storia di Ilaria Galbusera, una pallavolista che in realtà credo che tutti voi abbiate già visto ai TG ma magari non lo ricordate.

Ilaria nasce a Bergamo ed è affetta da sordità congenita dalla nascita. Per sordità congenita s’intende una perdita uditiva neurosensoriale dovuta a una disfunzione dell’orecchio interno e/o del nervo uditivo, presente alla nascita. Circa il 50% dei casi è causato da mutazioni genetiche, ovvero difetti del DNA che il bambino eredita da uno o da entrambi i genitori, mentre il restante 50% è dovuto da infezioni trasmesse al bambino in utero. Quando la sua famiglia scopre che anche Ilaria ne era affetta, lei aveva già compiuto nove mesi di vita.

La sordità congenita è di casa nella famiglia di Ilaria: suo padre proprio come lei è non udente, sua madre è una di quelle persone definite C.O.D.A. Children of Deaf Adult (figlio di un genitore sordo), mentre il fratello è udente e tutti quanti sono bravi nell’esprimersi sia in Italiano sia in LIS, Lingua Italiana dei Segni. Ilaria crede che crescere in una famiglia in cui si affrontava già questo tipo di condizione l’abbia sicuramente aiutata a integrarsi facilmente con il resto del mondo, anche se ammette che le difficoltà ci sono state. La madre ad esempio all’inizio era spaventata in quanto si è sempre ritrovata a dover comunicare con persone sorde adulte, mentre farlo con una bambina piccola, sarebbe stato di sicuro più difficile; Ilaria invece ha avuto qualche difficoltà in età adolescenziale quando per la prima volta i suoi coetanei hanno iniziato a farle sentire che la consideravano diversa e lei, come spesso accade a quell’età, ha accusato il colpo. Quello che ha aiutato Ilaria a superare questi ostacoli sociali è stato lo sport, che secondo lei è il mezzo migliore per acquistare sicurezza delle proprie capacità e andare oltre a qualsiasi tipo di diversità, in quanto una volta scesi in campo siamo tutti uguali ognuno con le sue difficoltà: c’è chi non sente, chi non ha un arto, chi non ha coordinazione, chi non è veloce…

La passione di Ilaria per la pallavolo nasce a circa dodici anni quando andava con i suoi genitori a vedere le partite del fratello; inizia così anche lei a cimentarsi in questo sport e scelta più azzeccata non poteva fare! Ilaria con il tempo diventa un punto di riferimento per la Nazionale Italiana Sordi di Pallavolo arrivando anche a ricoprire il ruolo di capitano. Insieme alla squadra azzurra conquista grandi risultati: vince la medaglia d’argento ai Deaflympics, giochi olimpici estivi silenziosi organizzati dal comitato internazionale sport per sordi, e riesce a conquistare la medaglia d’oro ai Campionati Europei di Cagliari nel 2019, provando emozioni talmente grandi e belle che a parole sono difficili da esprimere. Proprio grazie alla vittoria ai Campionati Europei, la squadra nazionale femminile di pallavolo sorde riesce a conquistarsi ampio spazio ai TG e sui giornali nazionali: a farla da padrona è la scena in cui le ragazze cantano schierate in fila l’Inno di Mameli, eseguendolo nella Lingua Italiana dei Segni. In quel momento ci fu grande attenzione mediatica, ma come purtroppo accade per molti sport, specialmente paralimpici, dopo la grande impresa l’attenzione è calata. Quello che secondo Ilaria manca è sia la visibilità che questi sport meritano, sia un adeguato sostegno economico alle società sportive dell’ambiente paralimpico e degli sport silenziosi: se questi due elementi andassero di pari passo probabilmente lo sport per persone con disabilità riuscirebbe ad ottenere il successo di pubblico che tanto merita.

I grandi successi sportivi di Ilaria le sono valsi anche la nomina conferitale dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana “per l’impegno e la passione con cui fa dello sport uno strumento di conoscenza e inclusione delle diversità”. Un riconoscimento importante che Ilaria merita tutto in quanto oltre ad essere un esempio sportivo per molti, s’impegna affinché lo sport diventi strumento di integrazione sociale per i bambini sordi, contribuendo all’organizzazione dei Champions Camp: si tratta di campi estivi multi sportivi a cui si possono iscrivere sia bambini sordi sia udenti che saranno supportati da professionisti del settore, e che hanno come unico scopo l’integrazione sociale. L’idea dei Champions Camp venne a Manuela, amica di Ilaria anche lei sorda e madre di una bambina non udente. Manuela non vedeva attorno a se la possibilità di riuscire a integrare adeguatamente sua figlia con il resto dei ragazzi all’interno di varie società sportive; così ha deciso di creare questi campi estivi e non poteva avere idea più giusta dato l’enorme successo riscontrato! Pensate che nonostante lo scorso anno i Champions Camp non si siano svolti per problematiche legate al Covid (molte persone sorde leggono il labiale cosa che la mascherina non permette, così come non rende ben evidente l’espressione del volto requisito molto importante per parlare la LIS), quest’anno c’è stato un vero e proprio boom di iscrizioni: in soli tre giorni, si è registrato il tutto esaurito! Un consiglio che Ilaria si sente di dare a tutti i genitori di figli con disabilità, o a persone con disabilità in generale, è quello di fare entrare lo sport nella loro vita, perché oltre ad essere il miglior mezzo d’inclusione che abbiamo a disposizione, è anche un ottimo modo per provare a superare le difficoltà di tutti i giorni!

A proposito di LIS dovete sapere che la Lingua Italiana dei Segni non ha ancora ricevuto il riconoscimento ufficiale come lingua, e che al mondo ogni Paese ha la propria lingua dei segni. Ilaria mi ha spiegato che se per alcune ci sono delle similitudini, in realtà le Lingue dei Segni sono tutte diverse tra loro, e per comprendersi al meglio durante le manifestazioni di carattere mondiale, si usa un linguaggio internazionale basato al 70% sulla Lingua dei Segni Americana, un linguaggio mimico-gestuale di facile comprensione. La domanda che mi faccio io è: perché non possiamo considerare la LIS parte integrante dell’italiano? Si potrebbe semplicemente dire che la lingua italiana si può scrivere, parlare, ascoltare e segnare!

Nella vita di Ilaria non c’è solo lo sport, ha anche conseguito una laurea in Economia e Gestione dei Beni Culturali e dello Spettacolo e si è cimentata nel ruolo di co-regista per il documentario “Il rumore della vittoria”. Non sa ancora di preciso cosa farà da grande, al momento lavora in banca ma da poco ha anche conseguito un master in Disability Management ambito in cui vorrebbe concentrare le sue attenzioni dopo aver appeso le scarpette da pallavolo al chiodo.

E se questo non è abbastanza sappiate che ha anche partecipato al concorso Miss Deaf World (Miss Mondo Sorda) e l’ha anche vinto! Tutto nasce dal desiderio di sua nonna di vederla un giorno sulla passerella dato che era la sua unica nipote femmina ma Ilaria in realtà non si sente a proprio agio in queste situazioni. Quando sua nonna si ammala le fa la promessa di iscriversi a un concorso di bellezza: purtroppo Ilaria non ha fatto in tempo a dirle di averlo vinto quel concorso, ma è convinta che se è successo è perché nonna ci ha messo lo zampino! In realtà dovremmo dire che Ilaria vincendo questo concorso è diventata ambasciatrice di bellezza della comunità delle persone sorde nel mondo, e che tutti i proventi raccolti durante la manifestazione sono stati devoluti a progetti che si occupano di bambini e ragazzi non udenti nel Terzo Mondo, altra ragione per cui Ilaria ha scelto di partecipare. E nonostante il nobile fine dell’iniziativa io penso, e so che Ilaria approva, che almeno in queste occasioni non ci dovrebbe essere distinzione tra normodotati e persone con disabilità. Diciamoci la verità, la bellezza di Ilaria è talmente evidente, e rafforzata da tutte le cose belle che fa, che non c’è nessun motivo per cui una come lei non possa prendere parte o sia scartata ai canonici concorsi di bellezza che tutti di noi conosciamo, dato che non ha niente di più e niente di meno rispetto al resto delle concorrenti. E credo che iniziare da queste situazioni a non fare più nessun tipo di distinzioni possa essere di grande aiuto per la completa integrazione delle persone con disabilità, per fare in modo che non si debba più parlare d’inclusione e integrazione sociale perché non ce ne sarebbe bisogno.

Come sempre spero che la storia di Ilaria possa essere di ispirazione ed esempio per tutti voi, la ringrazio per tutte le belle iniziative a cui si dedica e le faccio un grande in bocca al lupo per la sua carriera sportiva dato che il prossimo anno l’attende un’altra avventura ai Giochi Olimpici Silenziosi in Brasile insieme alla nazionale italiana!

Diario di Bordo – Ancona 2021

VENERDÌ 22 GENNAIO

Ore 6:15 – Tutto pronto, si parte! Lasciamo Gravellona Toce alla volta di Ancona. La prima gara dell’anno ci attende. Parto insieme agli atleti del Gsh Sempione 82 per i campionati italiani indoor di atletica leggera paralimpica. Non c’è il solito clima, probabilmente perché la squadra é in formazione ridotta: la pandemia impone di fare delle scelte e quindi a battersi sulla pista del palaindoor di Ancona ci sono solo gli atleti che fanno parte del Club Azzurro.

Ore 12:00 – Arriviamo ad Ancona e ci uniamo al resto del gruppo già sul posto. Si pranza tutti insieme. L’atmosfera è tranquilla, ma un filo sottile di tensione si percepisce nell’aria: d’altronde è pur sempre la prima gara di un anno super ricco d’impegni importanti!

Ore 14:30 – Eccoci al palazzetto. Dopo i controlli di routine entriamo al palaindoor cercando di capire com’è meglio muoverci nel rispetto delle normative del momento. Ogni atleta cerca il suo angolino per un buon riscaldamento. Iniziano le gare e arrivano le prime soddisfazioni. I ragazzi sono andati veramente bene e sono felicissimi dei loro risultati: la loro contentezza è visibile a tutti, i loro occhi parlano chiaro! Di riflesso siamo felici anche tutti noi accompagnatori! Solo qualcosa poteva andare meglio, ma siamo certi che sarà così la prossima volta.

Ore 20:30 – È il momento della cena. Ammetto che la palpebra iniziava a calare per la stanchezza, ma la felicità ha preso il sopravvento sull’anziana che vive dentro di me! Si festeggiano le medaglie vinte, i record battuti. Si ride, si scherza. Si sta bene insieme e per un attimo sembra che tutto sia tornato alla normalità. È bello vedere che anche se la pandemia ci tiene lontani, il rapporto tra i ragazzi non risente delle distanze! Sono belli nelle loro tute blu e con i loro sorrisi sul volto!

SABATO 23 GENNAIO

Ore 8:30 – Finalmente una gara in cui non dobbiamo fare colazione all’alba! Il clima è molto disteso: le ottime prestazioni di ieri continuano a infondere ottimismo su tutti noi!

Ore 9:30 – Di nuovo in pista. Questa mattina i nostri atleti hanno solo due gare.  Corrono. Non va come vorrebbero, ma le prestazioni sono comunque buone. La prima gara dell’anno ci ha lasciato delle bellissime sensazioni per il futuro, e siamo felici e orgogliosi di loro. Lo siamo sempre in realtà anche quando le cose non vanno benissimo.

Ore 14:00 – Dopo attese varie e una sosta per il pranzo si riparte verso casa, stanchi ma felici! Il viaggio prosegue per il meglio e tra risate e telefonate, ci sta anche il primo tempo di Milan – Atalanta con una sedia a rotelle a fare da supporto per il tablet.

Il periodo storico che stiamo vivendo non è per niente facile, lo sappiamo tutti, ma tornare ad avere questi brevi ma intensi momenti di normalità, tornare a vedere amici da ogni angolo d’Italia è una bella boccata d’aria fresca! Incrociamo le dita che tutto possa continuare per il meglio e che tutti gli impegni previsti per questa stagione sportiva si possano svolgere senza complicazioni.

Che bello essere volontaria!

Che bello lo sport paralimpico!

Mi Fido Di Te – Pt.2

La scorsa volta abbiamo parlato del ruolo dell’atleta guida, più precisamente nell’ambito delle corse nell’atletica leggera raccontando l’esperienza di Tommaso, ma tutti noi nel nostro piccolo possiamo essere delle guide per persone con menomazione visiva nella vita di tutti i giorni.

Come dare quindi il nostro aiuto quando è richiesto?

La prima cosa da ricordare è che noi siamo i loro occhi, ed essendo che il senso mancante è quello della vista dobbiamo aiutarli il più possibile utilizzando tatto e voce!

Siamo noi che dobbiamo renderci conto degli ostacoli che potremmo avere intorno e capire quale sia il modo migliore di oltrepassarli senza dimenticare di annunciarli: la persona che è con noi deve sapere quello che la circonda!

Per fare in modo che una persona non o ipovedente si senta a suo agio nel camminare al nostro fianco dobbiamo innanzitutto chiederle qual è il modo in cui si sente più sicura per muoversi: alcuni preferiscono appoggiare una mano sulla spalla di colui o colei che li sta guidando, altri invece preferiscono camminare a braccetto intrecciando loro il braccio. Qualsiasi modo deve comunque essere scelto dalla persona non o ipovedente.

Prima di affrontare una gradinata o un dislivello del terreno fermarsi un attimo e annunciare quello che si sta per fare. Segnalare sempre vocalmente quando bisogna girare a destra o a sinistra. Dobbiamo tenere a mente che nulla è scontato e dobbiamo pensare di essere come dei narratori che descrivono a voce il luogo in cui si trovano, per farlo vivere a chi li sta ascoltando!

Un’altra situazione molto comune che potrebbe capitare è quella del momento del pasto. Una volta a tavola dopo aver fatto capire alla persona che stiamo guidando dove si trova la sedia, bisogna iniziare a indicare dove si trovano le posate dov’è il pane o il bicchiere. Nei ristoranti tendenzialmente è sempre disposto tutto alla stessa maniera ed è più facile per la persona non o ipovedente gestire il pasto, ma chiederle se vanno bene sistemate in quel modo o se preferiscono averle più a portata di mano, potrebbe essere una buona idea! In caso ci sia ancora del cibo nel piatto segnalarlo indicando anche la posizione in cui si trova: il metodo dell’orologio può essere utile, ma anche usare dei semplici indicatori di luogo, può essere efficace!

Come sempre le variabili possono essere molte, ma ciò che è necessario tenere bene a mente è che bisogna sempre parlare e provare a tenere costantemente un contatto fisico con la persona accanto a noi. In pratica dobbiamo trasformarci in occhi parlanti!

Mi Fido Di Te

Il mio modo di vivere la disabilità è quasi completamente legato allo sport.

Tra le figure più affascinanti che si possono incontrare in questo mondo, c’è di sicuro quella della guida sportiva per gli atleti con menomazione visiva. Si tratta di atleti magari non più in attività o semplici sportivi per passione, che decidono di dedicarsi completamente alle prestazioni sportive di altre persone.

Il loro rendersi utile cambia in base allo sport: ad esempio nel nuoto attendono a bordo vasca l’atleta che si avvicina per avvisarli attraverso il tocco di un bastone quando è arrivato il momento della virata, nello sci parlano attraverso un microfono all’atleta non vedente sciandogli davanti, nell’atletica in base alla disciplina da svolgere guidano gli atleti attraverso la voce oppure gareggiando con loro legati da un cordino come avviene per le corse.

In qualsiasi caso la cosa certa è che tra atleta guida e atleta non vedente o ipovedente ci deve essere grande fiducia. Si deve costruire un rapporto tale per cui l’atleta con disabilità non deve dubitare neanche un secondo della persona che c’è accanto a lui. Bisogna fare in modo che tra i due si crei un’alchimia tale da renderli forti e sicuri una volta scesi in campo. Bisogna fare in modo che ci si possa capire anche solo dicendo una parola o facendo un piccolo movimento. Devono imparare a muoversi e a pensare allo stesso modo una volta in gara. Devono trovare il loro personale modo di comunicare. Solo così potrà crearsi quel rapporto di fiducia tale, che permetterà all’atleta non vedente o ipovedente di affidarsi completamente senza nessun timore alla persona che lo sta guidando.

In campo ho conosciuto Tommaso, per tutti Tommy, atleta guida per l’ASD Omero Bergamo, in grado di contagiare tutti quanti con la sua travolgente simpatia! Lui ama lo sport a tutto tondo dal nuoto, allo sci, passando anche per la barca a vela. Dalle scuole medie ha iniziato a praticare anche l’atletica leggera. Tommaso di mestiere fa il fisioterapista. Un giorno mentre era in spogliatoio nota che un suo collega, Matteo ipovedente, è in tenuta di atletica. Iniziano così a parlare di questa passione che li accomuna, e tra una chiacchiera e l’altra Matteo esterna le difficoltà di avere accanto a se una guida stabile che gli permetta di gareggiare in tranquillità. Tommaso probabilmente spinto anche dal forte sentimento di agonismo che ha dentro di sé, non ci pensa due volte e si propone di aiutarlo. Da quel giorno sono passati sei anni e Matteo e Tommaso corrono ancora uno a fianco all’altro!

I due aspetti principali che secondo Tommaso devono caratterizzare il rapporto tra atleta guida e atleta non o ipovedente sono sinergia e fiducia: la guida deve letteralmente diventare la vista dell’atleta, senza dimenticare che nonostante le prestazioni sportive siano fatte da entrambi, quello che conta è il volere dell’atleta. Citando le sue parole: “Una guida è per l’atleta come un paio di occhiali per chi vede poco. L’atleta deve poter scendere in campo senza paura e consapevole di poter dare sempre il massimo in gara perché la persona che ha al suo fianco farà lo stesso per lui. Bisogna essere in grado di gettare delle basi solide su cui poi costruire un buon rapporto, cercando ogni giorno di conquistarsi un po’ di fiducia in più anche quando si gareggia insieme da molto tempo”.

E poi c’è la condivisione non solo della prestazione sportiva ma anche dei sentimenti che provoca, nel bene e nel male: quando una gara va nel verso giusto, si festeggia insieme, ma quando invece va in quello sbagliato oltre allo sconforto che inevitabilmente arriva dopo una prestazione non buona, c’è anche la possibilità di analizzare nel migliore dei modi cosa sia successo poiché vissuto in prima persona da entrambi.

Il problema che si riscontra in campo è la mancanza di guide. A volte la stessa persona si ritrova a gareggiare con più atleti in una sola giornata. Il consiglio che si sente di dare Tommaso è di provare a essere un atleta guida correndo accanto ad atleti non o ipovedenti senza pregiudizi e senza pretese, sapendo di poter essere d’aiuto per qualcuno.

In generale l’appello è rivolto sia ad atleti che hanno deciso di appendere le scarpette al chiodo, ma anche a chi magari l’atleta non lo fa di professione, ma per semplice passione. Il mondo dello sport paralimpico è in grado di suscitare grandi emozioni. Essere di aiuto per una persona regala una grande gioia, ma soprattutto ci si accorge che alla fine quelli a essere aiutati siamo noi!

Photo Credit: Loris Bartoli

Capitan Ilaria

Avete presente quelle persone che in un solo giorno riescono a fare miliardi di cose, e che ci portano a domandarci se la loro giornata duri quanto la nostra, o invece hanno trovato il modo per farla durare più di 24 ore?? Beh Ilaria D’Anna è una di quelle persone!

Guardando il suo profilo Instagram, le prime cose che si notano sono la bellezza e la gentilezza del suo sorriso e la sua missione scritta lì in poche righe: avvicinare più ragazze possibili con disabilità fisica al mondo del basket in carrozzina.

Ma partiamo dal principio.

Classe 1986 Ilaria nel corso della sua vita ha sempre fatto sport. Tutto ebbe inizio alle scuole medie grazie al suo professore di educazione fisica con cui ha iniziato a praticare l’atletica leggera prima, per poi innamorarsi follemente della pallacanestro. Da quel momento in poi la palla a spicchi è sempre stata al suo fianco, tant’è che Ilaria inizia a praticare questo sport da professionista e diventando anche arbitro.

Poi d’un tratto tutto cambia.

Nel 2013 Ilaria inizia ad accusare dolori alla schiena. Dolori che non passano, anzi sono sempre più forti, tanto che inizia ad avere difficoltà nei movimenti. Dolori che la portano a un ricovero ospedaliero lungo circa due mesi, dai quali Ilaria esce con una diagnosi ben precisa: Spondilite Anchilosante (SPA).

Si tratta di una patologia degenerativa e autoimmune, una malattia infiammatoria che colpisce la colonna vertebrale rendendola rigida e limitandone il movimento. Una patologia che porta chiunque ne soffra a svolgere con difficoltà alcune attività della vita quotidiana, e ad avere problemi a una deambulazione prolungata.

Una patologia che avrebbe potuto portare Ilaria a rinunciare alla pallacanestro. Ma lei è forte e ha al suo fianco la persona giusta! Suo marito Antonio è un allenatore di basket in carrozzina da prima che a Ilaria fosse diagnosticata la SPA, ed è lui il primo a informarsi se quella di sua moglie fosse una condizione compatibile con le regole di questo sport.

Da quel momento inizia la seconda vita sportiva di Ilaria: entra a far parte della squadra della sua città, Reggio Calabria, e a guidarla in questa nuova avventura in veste però di allenatore c’è proprio suo marito Antonio. E se c’è chi pensa che per moglie e marito sia meglio non lavorare insieme, Ilaria invece crede che proprio questa forte passione che entrambi hanno per la pallacanestro sia il loro punto di forza. D’altronde è proprio grazie a questo sport che si sono conosciuti e altro non poteva fare che renderli una coppia affiatata dentro e fuori dal rettangolo di gioco.

Dovete sapere che non è per niente facile giocare a basket in carrozzina perché alla gestione della palla si unisce quella della sedia a rotelle, che con gli anni è diventata sempre più leggera, ma che resta comunque ingombrate, e se non si è mai usato prima neanche una da passeggio, ci si mette un po’ prima di riuscire a manovrarla con scioltezza. E poi le regole sono uguali identiche al basket per normodotati, così come la misura del campo e l’altezza del canestro, al quale però bisogna tirare da seduti. È uno sport di vero contatto: gli scontri, anche belli forti, sono una caratteristica del basket in carrozzina, e vedere come grazie all’aiuto delle nuove carrozzine gli atleti riescano ad alzarsi in modo agevole dopo una caduta, da farlo sembrare la cosa più facile del mondo, è impressionante!

La pallacanestro per persone con disabilità è forse lo sport più inclusivo che esista, perché gli atleti non sono divisi per categorie, ma a ogni disabilità è affidato un punteggio, starà poi agli allenatori schierare in campo il quintetto giusto per stare nelle regole. L’aspetto che più mi piace del basket in carrozzina è che a livello di club, uomini e donne giocano tutti insieme nello stesso campionato. È solo per le nazionali che si dividono formando la squadra maschile e quella femminile. Nazionale che Ilaria con il suo impegno e il suo talento, riesce a conquistare!

Non è finita qui. Negli anni la squadra di basket in carrozzina di Reggio Calabria è stata rifondata e la grinta e la tenacia di Ilaria sono state premiate riconoscendole il ruolo di capitano! Un ruolo importante che la porta non solo a essere una guida e un esempio d’impegno e di comportamento in campo, ma anche a prendersi cura dei suoi compagni di squadra nella vita di tutti i giorni, consigliandoli e aiutandoli nelle piccole cose del quotidiano.

Quest’anno la Reggio Calabria Basket in Carrozzina è riuscita a togliersi delle belle soddisfazioni centrando la promozione in serie A, e riuscendo a giocare le Final Four di Coppa Italia contro le squadre più forti del nostro campionato. L’obiettivo ora è quello di riuscire a far crescere sempre di più questo gruppo, che è una realtà giovane, in modo da riuscire a battersi alla pari con le big di Serie A, allenandosi duramente adesso per provare ad arrivare sempre più pronti all’inizio del campionato previsto per gennaio.

E in tutto questo dovete sapere che Ilaria è anche una mamma! Lei e Antonio hanno due figli Cristel di 11 anni e Rocco Thomas di 9 che quindi erano molto piccoli quando è arrivata la malattia. La gestione di tutte queste cose da fare non è semplice: ci sono i figli, c’è la malattia, ci sono gli allenamenti e le trasferte per le partite, ci sono i compagni di squadra che hanno bisogno anche fuori dal campo, e ci sono anche ben quattro amici a quattro zampe, e se tutto riesce sempre ad andare per il verso giusto è anche grazie all’aiuto che Ilaria e Antonio ricevono dalle rispettive famiglie.

Tirando le somme si può tranquillamente dire che Ilaria D’Anna sia una super donna e un esempio per molti. Speriamo che sia veramente presa d’esempio da molte giovani ragazze con disabilità e che Ilaria riesca nel suo intento di avvicinarne il più possibile al basket in carrozzina.

Io incrocio le dita per lei e per la sua squadra per questa nuova avventura che dovranno affrontare, e non vedo l’ora di poter incontrarci per mangiare un bel gelato come ci siamo promesse!

Qualche Numero sulla Disabilità

Quest’estate per alcune settimane ho seguito un corso online in cui si approfondiva il tema della disabilità, e in cui si provava a capire quali fossero le soluzioni migliori da adottare, per fare in modo che le persone con disabilità raggiungano un buono stato di benessere.

Tutto partiva dalle stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: dalle loro ricerche ne consegue che il circa il 15% della popolazione mondiale ha una disabilità. La maggior parte di queste persone non riesce ad avere accesso neppure ai servizi sanitari di base oltre che a quelli di riabilitazione, tant’è che si calcola che all’incirca l’80% delle persone con disabilità vive in condizioni di povertà in Paesi sottosviluppati, dove non solo c’è una carenza di servizi assistenziali sanitari ed economici, ma molto spesso anche insufficienza di servizi igienici, che incide sulle loro condizioni di vita.

Se non è molto facile stimare quante di queste persone abbiano una disabilità fisica o intellettivo/relazionale, più che altro per la vastità dell’argomento e le diverse cause che le provocano, si può provare a dare un’idea di quante siano le persone che hanno una menomazione visiva o uditiva.

Nel primo caso si calcola che le persone affette da una disabilità della vista siano circa 253milioni, di cui 36milioni cieche: tra le cause anche patologie come la cataratta, che se in Paesi con adeguati sistemi sanitari può essere diagnosticata e operata tempestivamente con interventi in day hospital, in Paesi sottosviluppati è tra le principali causa di cecità.

Sono invece 360milioni le persone che hanno perdita dell’udito, che molto spesso è dovuta all’avanzare dell’età, ma può essere anche provocata ad esempio da infezioni materne in gravidanza o esposizioni prolungate al forte rumore.

Di sicuro per fare in modo che tutte queste persone riescano a raggiungere il meritato stato di benessere, bisogna adeguare in qualsiasi parte del Mondo i servizi sanitari e soprattutto quelli di riabilitazione, che se in Paesi sottosviluppati sono carenti, in altri invece sono spesso a pagamento quindi non garantiti dal Sistema Sanitario Pubblico e con costi eccessivamente elevati.

Bisogna fare in modo che a tutti sia data la possibilità di accedere ai servizi educativi, non solo per riuscire ad avere un giusto livello di cultura, ma anche per favorire la loro inclusione nella società.

Bisognerebbe abbattere tutte le barriere architettoniche che sono ancora troppe, adeguando soprattutto le strutture sanitarie e i mezzi di trasporto pubblico, per fare in modo che una persona con disabilità possa raggiungerli in autonomia, per poi occuparci di tutti quei luoghi pubblici come ad esempio uffici postali, e supermercati. Abbattiamo scalini e costruiamo rampe, allarghiamo gli ingressi, creiamo percorsi sensoriali, usiamo segnaletiche e diamo indicazioni chiare e semplici, facciamo in modo che tutte le persone con disabilità possano riuscire a muoversi in questi luoghi senza l’aiuto di qualcuno.

Facciamo in  modo che riescano ad avere le informazioni di cui hanno bisogno con linguaggi più adatti a loro, perché quello che per noi può essere semplice e di facile comprensione, magari non lo è per una persona con una disabilità intellettiva. Una persona sorda se non può avvalersi di qualcuno che parli la lingua dei segni, deve poter trovare scritto su volantini e brochure tutto quello di cui ha bisogno. E questi sono solo alcuni esempi di quello che si potrebbe migliorare.

Bisognerebbe incoraggiare la frequentazione di associazioni ricreative e sportive: facciamo in modo che non si isolino e promuoviamo la pratica dello sport non solo per stare bene a livello fisico ma anche psicologico.

Io aggiungerei che per fare in modo che tutte queste persone raggiungano il giusto grado di benessere che meritano, l’inclusione sociale deve partire da noi cosiddetti normodotati. Dobbiamo cambiare il nostro atteggiamento e il nostro sguardo verso la disabilità. Dobbiamo farci noi stessi promotori dei loro diritti scendendo in campo al loro fianco.

 

Consigli Utili per un approccio normale alla disabilità!

Succede che conversando con delle persone, mi venga fatto notare che non è semplice avere un approccio simile al mio nei confronti della disabilità. Ed è vero, lo posso capire. Io non ho mai dovuto preoccuparmi per questo perché per me è sempre stata la normalità, ma tranquilli non è impossibile riuscirci! Frequentando i campi di atletica posso assicurarvi che ci sono persone che vivono la disabilità proprio come me, pur non avendo una storia neanche simile alla mia, e magari con un inizio del tutto casuale! E allora eccomi qui pronta a darvi qualche consiglio!

Prima di tutto levatevi quel POVERINO scritto sulla fronte! Provare dispiacere è normale, e menomale vuol dire che c’è ancora umanità in questo mondo, ma dal mio punto di vista bisogna fare il possibile per nasconderlo. Questo perché se non conosciamo la persona che abbiamo davanti, non sappiamo fino a che punto è arrivata ad accettare la sua condizione, e quindi quel POVERINO stampato in faccia potrebbe aggravare il suo disagio. Il consiglio che posso darvi è quello di provare a far finta di parlare con un qualsiasi vostro amico: chiacchierate tranquillamente e sfoderate un bel sorriso, e tutto sarà più semplice!

Non abbiate paura di fare domande! Le persone con disabilità, al contrario di come molto spesso si crede, sono molto propense a raccontare cosa gli è successo. Si è vero, c’è sempre l’eccezione che conferma la regola, ma tendenzialmente raccontare la propria esperienza può essere d’aiuto, per loro e per noi! Durante il mio girovagare per le scuole con la squadra in cui faccio da volontaria, ho notato che quelli più propensi a fare domande sono i bambini più piccoli, perché sono curiosi e perché vivono senza filtri negli occhi e nel cuore. Ecco quando vi capiterà di approcciarvi per la prima volta con una persona con disabilità, provate a tornare bambini!

Fate delle gaffe, o meglio non abbiate paura di farne! Si pensa che usare determinate parole possa creare imbarazzo, ma a volte è proprio il non usarle che lo crea! Quindi ad esempio nel salutare una persona non vedente potete tranquillamente dire “Ci vediamo la prossima volta”.  Non sapete quante volte proprio loro sorridendo chiedono scusa perché non ci avevano visto!!

Via libera alle battute! Ecco forse questo è l’aspetto che richiede una maggiore conoscenza della persona che si ha davanti perché si potrebbero creare dei malintesi, ma in generale vi assicuro che i primi a fare battute sui disabili sono proprio loro!!

Sì, ma se per esempio devo presentarmi per la prima volta a una persona che ha un’amputazione al braccio destro come devo fare? Semplicemente porgendo la mano destra! Esattamente così, non cambia niente! Sarà lei stessa a togliervi dall’imbarazzo porgendovi la sua mano sinistra! Non pensate troppo ma agite come fareste con qualsiasi altra persona!

Non aiutate a prescindere ma chiedete se c’è bisogno del vostro aiuto! Sembra una cosa assurda ma vi posso garantire che non lo è! Se c’è una cosa che ho imparato, è che la maggior parte delle persone con disabilità ha una gran testa dura, e molto spesso non chiedono aiuto perché vogliono anche giustamente, provare a cavarsela da soli. Se vi dovesse capitare di imbattervi in un disabile che si trova in difficoltà, semplicemente presentatevi e chiedetegli se ha bisogno di aiuto. In caso di risposta negativa voi provateci una seconda volta, non si sa mai che cambi idea, ma non incaponitevi se continua a darvi il due di picche. Se invece vorreste aiutarlo, ma non siete pratici e non sapete come muovervi, anche qui l’unica cosa da fare è chiedere a lui qual è il modo giusto per essere di supporto in una determinata situazione.

Gli ultimi consigli che mi sento di darvi sono quelli di provare a diventare volontari in associazioni sportive e non del vostro territorio, e di andare a vedere le gare paralimpiche, di qualsiasi sport esse siano. Guardare da vicino cosa sono in grado di fare gli atleti vi darà non solo una visione diversa della disabilità, ma credetemi che vi arricchirà nell’animo. Al momento non possiamo farlo, ma fortunatamente in rete è pieno di video di queste grandi imprese. Guardateli. Seguite sui social network i grandi campioni in modo da poter vedere anche come affrontano la loro quotidianità. Semplicemente diventate fan degli sport paralimpici!