Mi Fido Di Te

Il mio modo di vivere la disabilità è quasi completamente legato allo sport.

Tra le figure più affascinanti che si possono incontrare in questo mondo, c’è di sicuro quella della guida sportiva per gli atleti con menomazione visiva. Si tratta di atleti magari non più in attività o semplici sportivi per passione, che decidono di dedicarsi completamente alle prestazioni sportive di altre persone.

Il loro rendersi utile cambia in base allo sport: ad esempio nel nuoto attendono a bordo vasca l’atleta che si avvicina per avvisarli attraverso il tocco di un bastone quando è arrivato il momento della virata, nello sci parlano attraverso un microfono all’atleta non vedente sciandogli davanti, nell’atletica in base alla disciplina da svolgere guidano gli atleti attraverso la voce oppure gareggiando con loro legati da un cordino come avviene per le corse.

In qualsiasi caso la cosa certa è che tra atleta guida e atleta non vedente o ipovedente ci deve essere grande fiducia. Si deve costruire un rapporto tale per cui l’atleta con disabilità non deve dubitare neanche un secondo della persona che c’è accanto a lui. Bisogna fare in modo che tra i due si crei un’alchimia tale da renderli forti e sicuri una volta scesi in campo. Bisogna fare in modo che ci si possa capire anche solo dicendo una parola o facendo un piccolo movimento. Devono imparare a muoversi e a pensare allo stesso modo una volta in gara. Devono trovare il loro personale modo di comunicare. Solo così potrà crearsi quel rapporto di fiducia tale, che permetterà all’atleta non vedente o ipovedente di affidarsi completamente senza nessun timore alla persona che lo sta guidando.

In campo ho conosciuto Tommaso, per tutti Tommy, atleta guida per l’ASD Omero Bergamo, in grado di contagiare tutti quanti con la sua travolgente simpatia! Lui ama lo sport a tutto tondo dal nuoto, allo sci, passando anche per la barca a vela. Dalle scuole medie ha iniziato a praticare anche l’atletica leggera. Tommaso di mestiere fa il fisioterapista. Un giorno mentre era in spogliatoio nota che un suo collega, Matteo ipovedente, è in tenuta di atletica. Iniziano così a parlare di questa passione che li accomuna, e tra una chiacchiera e l’altra Matteo esterna le difficoltà di avere accanto a se una guida stabile che gli permetta di gareggiare in tranquillità. Tommaso probabilmente spinto anche dal forte sentimento di agonismo che ha dentro di sé, non ci pensa due volte e si propone di aiutarlo. Da quel giorno sono passati sei anni e Matteo e Tommaso corrono ancora uno a fianco all’altro!

I due aspetti principali che secondo Tommaso devono caratterizzare il rapporto tra atleta guida e atleta non o ipovedente sono sinergia e fiducia: la guida deve letteralmente diventare la vista dell’atleta, senza dimenticare che nonostante le prestazioni sportive siano fatte da entrambi, quello che conta è il volere dell’atleta. Citando le sue parole: “Una guida è per l’atleta come un paio di occhiali per chi vede poco. L’atleta deve poter scendere in campo senza paura e consapevole di poter dare sempre il massimo in gara perché la persona che ha al suo fianco farà lo stesso per lui. Bisogna essere in grado di gettare delle basi solide su cui poi costruire un buon rapporto, cercando ogni giorno di conquistarsi un po’ di fiducia in più anche quando si gareggia insieme da molto tempo”.

E poi c’è la condivisione non solo della prestazione sportiva ma anche dei sentimenti che provoca, nel bene e nel male: quando una gara va nel verso giusto, si festeggia insieme, ma quando invece va in quello sbagliato oltre allo sconforto che inevitabilmente arriva dopo una prestazione non buona, c’è anche la possibilità di analizzare nel migliore dei modi cosa sia successo poiché vissuto in prima persona da entrambi.

Il problema che si riscontra in campo è la mancanza di guide. A volte la stessa persona si ritrova a gareggiare con più atleti in una sola giornata. Il consiglio che si sente di dare Tommaso è di provare a essere un atleta guida correndo accanto ad atleti non o ipovedenti senza pregiudizi e senza pretese, sapendo di poter essere d’aiuto per qualcuno.

In generale l’appello è rivolto sia ad atleti che hanno deciso di appendere le scarpette al chiodo, ma anche a chi magari l’atleta non lo fa di professione, ma per semplice passione. Il mondo dello sport paralimpico è in grado di suscitare grandi emozioni. Essere di aiuto per una persona regala una grande gioia, ma soprattutto ci si accorge che alla fine quelli a essere aiutati siamo noi!

Photo Credit: Loris Bartoli

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